Abbiamo dimenticato che anche noi facciamo parte della natura.

Abbiamo interrotto molto tempo fa la connessione uomo-natura.

Mai come in quest’ultimo anno però abbiamo sofferto un bisogno quasi fisiologico di riconnetterci alla natura.

Wilson negli anni ’80 l’ha chiamata effetto biofilia, ovvero quel bisogno insito in ogni essere umano di ri-unirsi alla natura.

Nel 1984 su Science, una delle più famose riviste scientifiche a livello mondiale Roger Ulrich pubblicò uno studio nel quale dimostrava come la sola vista verdeggiante dalla finestra di una camera di ospedale, accelerasse la guarigione dopo un intervento chirurgico:  aveva fornito la prova inconfutabile di come per guarire fosse sufficiente la vista di un albero.

 

I pazienti che vedevano dalla loro finestra un albero guarivano più rapidamente rispetto a quelli privi di affaccio verde. I primi non solo avevano bisogno di una minor quantità di antidolorifici e di farmaci più leggeri rispetto agli altri, ma avevano avuto meno complicazioni post operatorie.

 

Roger Ulrich fu forse tra i primi a fornire la prova scientifica dell’effetto biofilia perché la Natura è dentro di noi.

 

Le piante vivono senza di noi. Ma noi non viviamo senza le piante.

Questa è una dura verità da accettare.

 

In che relazione stanno quindi gli esseri umani con le piante?

Un grande filosofo attuale, Emanuele Coccia, ha affermato recentemente: “non esiste niente di puramente umano: c’è qualcosa di vegetale in tutto ciò che è umano”.

Mi sono più volte chiesta: e se il futuro fosse un’ibridizzazione fra essere umano e pianta?! In fin dei conti condividiamo lo stesso ambiente, la stessa aria, anche le piante inspirano ed espirano aria, rendendosene parte. Come le piante noi anche siamo, esistiamo, respirando. Condividiamo quasi una solidarietà originaria, una partecipazione a qualcosa di totalmente collettivo, quanto assolutamente individuale.

 

Viviamo in simbiosi fin dall’inizio in un certo senso con le piante. Abbiamo bisogno di loro. Ma le ignoriamo.

 

Nei miei studi per la scrittura della tesi sul Plants Inspirational Coaching mi sono imbattuta in un interessante studio sul fenomeno del Plants Blindness ovvero la cecità alle piante, che è legata alla bassa capacità di calcolo del nostro cervello.

Tutto ciò deriva dall’ambiente in cui l’uomo si è evoluto, afferma il neurobiologo Stefano Mancuso: “il verde era dappertutto e sovraccaricava i nostri sensi. Per questo abbiamo imparato a isolarlo e a focalizzarci sull’arrivo di altri animali o esseri umani. Al tempo concentrarsi su di loro e non sulle piante era vitale per la nostra sopravvivenza. Questo meccanismo che ci ha aiutato agli inizi della nostra evoluzione oggi è un vero e proprio svantaggio perché ci impedisce di capire qual è il vero motore invece della vita sulla Terra”

 

Allo stesso tempo quasi in maniera paradossale però è dimostrato scientificamente che stare a contatto con le piante o anche solo osservarle da una finestra ci fa stare bene, meglio, ha un impatto benefico sulle nostre funzioni cognitive.

Sempre lo scienziato Stefano Mancuso scrive: “passare del tempo in contatto con le piante migliora la memoria, l’attenzione, le capacità cognitive…migliorano l’umore e la salute mentale.”

 

Stare con le piante, riconnetterci a loro anche tramite osservazione, contemplazione, ci consente di rigenerarci, a livello cognitivo, a livello fisiologico, a livello di pensiero.

Possiamo pensare in maniera diversa, più generativa, creare addirittura nuovi circuiti neurali.

Le piante ci possono aiutare a rigenerarci, continuativamente e dalle piante possiamo imparare come mettere a terra i nostri talenti per costruire il nostro successo sostenibile, personale e relazionale.

 

Barbara, che legame c’è tra la sostenibilità e la permanenza? E di quali talenti parliamo?

Chiariamo subito una cosa: permanenza non è staticità.

Permanenza è movimento, è vita! E la continuità della vita è ciò che per noi significa sostenibilità.

Lo sfruttamento sconsiderato delle risorse del pianeta, il considerarsi quasi esterni all’ecosistema di cui invece siamo parte e ingranaggi, ha generato le conseguenze che sono di fronte ai nostri occhi. Morie di pesci, uccelli soffocati dal catrame, rischio di estinzione dei leoni nella savana…impatto sulla salute dell’uomo! Non dimentichiamoci che il nostro nutrimento deriva dalla terra, in cui crescono le verdure e in da cui si nutrono gli animali di cui ci cibiamo. Se il veleno va a loro arriva anche a noi.

Allo stesso modo lo sfruttamento eccessivo delle risorse umane nelle aziende, ovvero l’impiego non coerente con l’ecosistema, con i bisogni di base e i desideri più alti, genera impoverimento nel lungo periodo: turnover, perdita di patrimonio conoscitivo. E nelle persone genera fatica, insoddisfazione, demotivazione.

In entrambi i casi la miopia originaria deriva dall’orientamento al breve: uso ora e poi vediamo. Faccio colture e allevamenti intensivi; faccio girare al massimo le fabbriche e non mi preoccupo delle scorie che genero. Punto alla massimizzazione dei profitti adesso: etto in tasca invece di ri-investire. Prendo un dipendente in meno e riduco le ferie. 

In entrambi i casi non coltiviamo né la permanenza né la sostenibilità.

 

In tutto questo, come dicevi tu, Stella, le piante ce l’hanno fatta. Sono un esempio incredibile di successo evolutivo.

 

E allora, perché non ispirarci a loro per rigenerarci, qualsiasi sia il contesto?

Lavorando su di noi, nella nostra sfera di influenza, perché il resto non possiamo controllarlo. 

 

La rigenerazione è un susseguirsi di nuove nascite di capacità, visioni, consapevolezze che, innestandosi nel corpo nostro centrale, nella nostra essenza ci portano a una trasformazione lenta e continua, progressiva, e ci consentono di vivere nel contesto che evolve.

 

Ma come si fa a diventare capaci di rigenerarsi continuamente?

Vediamolo con i talenti, con uno di essi in particolare: la proattività!

 

Saranno decenni che senti parlare di proattività e forse ne hai anche abbastanza!

Ma io mi porto a casa la sfida e ne parlo di nuovo, perché una regola che mi piace seguire nella vita è non dare nulla per scontato: una nuova prospettiva, una illuminazione sono sempre lì ad aspettarci dietro l’angolo.

I talenti in cui si colloca la proattività sono rappresentati dalle 18 “brain app” dei leader del futuro, identificate da uno studio profondo ed esteso del Network Six Seconds, di cui sono orgogliosamente (e rigogliosamente 😊) parte. 

 

Ci sono talenti che fioriscono nell’emisfero sinistro, altri nel destro, in misura variabile.

Dalla mappa stilizzata del cervello umano che puoi vedere qui sotto, è evidente che la proattività è un talento che ha la sua sede naturale nell’azione, nel fare ora.

Chi è proattivo non sta lì a raccontarsela. Osserva, valuta e poi ci mette le mani, senza tanti se e tanti ma.

 

La proattività è quel talento per cui ti metti a fronteggiare le sfide persino prima che si manifestino! È un talento che ci fa agire in modo 

  • anticipatorio
  • focalizzato
  • guidato dall’interno ma inclusivo delle informazioni esterne: è auto-iniziativa
  • coerente con la nostra visione

 

Quando usiamo la proattività entriamo nel campo della scelta e usciamo da quello della reazione!

Quando siamo proattivi manifestiamo la nostra consapevolezza e la nostra responsabilità, intesa come capacità di agire = respons – abile 😊.

E quando ci muoviamo con consapevolezza, direzione, responsabilità, accresciamo anche la nostra influenza!

 

Come possiamo dunque usare la proattività per rigenerarci? Per costruire la nostra permanenza generativa? 

Pensa alla pianta.

È viva, vitale. Le sue foglie sono di un verde lucente. Ha le radici ben salde nel terreno.

Ha un sistema perfetto di trasporto del nutrimento a tutte le sue parti e restituisce ossigeno al pianeta!

Come ha fatto a diventare così rigogliosa? Come fa ad avere voglia di restituire ossigeno a un pianeta da cui, si, riceve nutrimento, ma anche gas nocivi, pesticidi, piogge acide?

È accaduto per magia?

No, la pianta ha osservato, ha scelto, ha messo in campo la sua intelligenza, la sua “proattività” perché le sue funzioni potessero essere le migliori possibili per farla prosperare, nell’ambiente in cui si trova, che fosse concime o fosse veleno.

La pianta ha fatto dell’adattabilità al cambiamento continuo il suo punto di forza evolutivo. Restare nel “problema” senza poterlo eludere o scappare come facciamo noi esseri animali, le ha permesso di iniziare a guardarlo in maniera diversa, non come qualcosa da combattere o annientare ma qualcosa da sfruttare a proprio vantaggio piuttosto. Attorno a cui crescere e sviluppare nuove strategie, nuovi modi per affrontarlo.

La pianta ha fatto cadere i frutti troppo pesanti, per dare nutrimento al suo potenziale futuro, per far germogliare il nuovo, capace di vivere bene nel terreno. I frutti caduti hanno reso più fertile il terreno, sono diventati concime. E dove mancava l’ossigeno lo ha creato lei! Facendo del bene a sé stessa e a tutto l’ecosistema. 

La pianta ha attuato delle scelte delle rinunce, possiamo dire ha preso delle decisioni in un certo senso Ma le è servito per far nascere il nuovo.

La pianta ha lasciato che alcuni rami, quelli appassiti, seccassero. Per nutrire i rami che avevano più potenziale.

Così puoi fare tu.

Pensa a te stesso rigoglioso, nello stato energetico ideale.

Hai di certo fatto cadere qualche frutto prima che diventasse troppo pesante: hai chiuso qualche relazione che era più l’energia che toglieva di quella che ti dava; hai lasciato un lavoro che ti logorava; hai cambiato dei pattern di comportamento che alimentavano la frustrazione e l’inazione.

Hai agito in modo anticipatorio, “prima che fosse troppo tardi”, usando il talento della proattività.

Hai smesso di fare quello che avevi sempre fatto, in cui ti sentivi così sicura/o, a tuo agio, ad esempio quell’approccio alla vendita così consolidato, fatto di passaggi noti, di spinta per piazzare quello che hai in stock, e hai iniziato ad ascoltare il tuo cliente, per capire cosa realmente vuole. Per costruire una relazione di lungo periodo, vincente per entrambi. E se quello che hai in stock non fa per quel cliente, probabilmente farà per qualcun altro.

E  quando hai scelto sei stato incisivo: hai lasciato agli altri le mezze decisioni, i “ni”, il limbo, il “vedremo”, il “si deve fare” e ti sei messo all’opera. Hai fatto con le tue mani, con i tuoi strumenti, con lo sguardo anticipatorio.

 

Fortuna è quando il talento incontra l’opportunità. 

 

Ecco, questa è la magia della proattività.

La pianta ha imparato quando lasciare andare il frutto.

Tu puoi allenare la stessa abilità, lo stesso talento. E puoi scegliere di farlo ora, per tempo.

 

La rubrica “Successo evolutivo delle piante e permanenza generativa umana” è curata da Barbara Galli e Stella Saladino.

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